Itinerario nella provincia di Pisa

Pisa. Il Giudizio finale di Buffalmacco

Le tappe dell’itinerario

Per la fede cristiana la morte è solo il preludio alla risurrezione. E infatti pochi passi silenziosi separano nella sala degli affreschi del Camposanto pisano il disordine caotico del Trionfo della morte dal più schematico dipinto della Risurrezione dei corpi e del Giudizio finale. Guardiamolo. Risale agli anni 1336-1341. L’affresco è più ordinato, certo, ma non meno complesso dell’altro. Ispira emozioni diverse. Descrive sentimenti contrapposti. Il pittore – come osservava Vasari – «collocò Gesù Cristo in alto sopra le nuvole in mezzo ai dodici Apostoli, a giudicare i vivi e i morti; mostrando con bell’arte e molto vivamente, da un lato i dolorosi affetti de’ dannati, che piangendo sono da furiosi demoni strascinati all’Inferno; e dall’altro, la letizia e il giubilo de’ buoni, che da una squadra d’angeli guidati da Michele Arcangelo, sono, come eletti, tutti festosi, tirati alla parte destra de’ beati».


La corte di giustizia


La tradizionale mandorla che racchiude il Giudice, diventa qui in modo irrituale e teologicamente discutibile, bioculare. Negli ‘occhiali’ del Giudizio i protagonisti sono due: il Cristo è il Giudice che condanna i reprobi; la Madonna, ‘avvocata dei peccatori’, ha il suo stesso rango, secondo un riformato codice di procedura penale. La diade interpreta i due possibili esiti del giudizio, la giustizia e la misericordia. Gli Apostoli fanno da giudici popolari, seduti su invisibili scranni, avvolti in sontuosi panneggi; hanno tutti l’aureola dei santi, ma anche certe facce francamente patibolari. Un corteo leggero di angeli, con la grazia di modelle che sfilano a un defilé di moda, esibisce i corpi del reato, gli strumenti della passione di Gesù: i chiodi, la lancia, la spugna, i flagelli, la croce, la corona di spine.


È stato detto che “l’enorme folla movimentata di coristi e coriste pende dal gesto magnifico del Cristo giudice che, come un titanico direttore d’orchestra, regge le fila della spettacolare rappresentazione”.


La polizia giudiziaria


L’esecuzione del Giudizio è affidata a una task-force di sei angeli-poliziotto. L’Arcangelo Michele ha la corazza e le ali: indica la via a un pedone-beato timidissimo; ma la spada è un deterrente efficacissimo contro i ‘furbi’ che volessero invadere la corsia riservata ai beati. Guardate la fine di quel frate ipocrita che ha cercato di intrufolarsi tra i beati: viene snidato, acciuffato per i capelli e rinviato all’Inferno coram populo. E l’angelo boy-scout che aiuta il buono timido ad attraversare l’incrocio, la no-man’s-land che lo separa dalla salvezza eterna. Dalla tomba-tombino emerge faticosamente Re Salomone, ricco di sapienza ma anche notoriamente lussurioso, ancora traballante per il lungo riposo mortale e incerto sulla sua destinazione. E quei tre angeli! Guardate come smistano il traffico dei dannati: spintoni, manate e una spada minacciosa che intima una direzione obbligata ma non gradita. Tubae crepitant: le due trombe del giudizio squillano così forte da risvegliare persino i morti. Il fragore dei decibel è così elevato che un povero angelo capitato lì per caso, se ne sta tutto rannicchiato con la testa rintanata nel mantello, spaurito dal clangore delle trombe che gli risuonano nelle orecchie. Su di lui veleggia l’angelo dei cartigli, il sacro progenitore di quegli aerei che trascinano le scritte pubblicitarie sul cielo degli stadi o delle spiagge. Nel cartiglio di destra sta scritto: "venite benedicti patris mei, percipite regnum quod vobis paratum est"; in quello a sinistra: "ite maledicti in ignem aeternum qui paratus est a diabulo".


I beati


Sessanta beati, guidati da Giovanni Battista in abito eremitico, affollano l’anticamera del Paradiso. Tutti guardano al Cristo in alto. Nei loro atteggiamenti è assente ogni fanatismo, ogni esagerazione, ogni ostentazione. Tre sono i gesti più diffusi: le mani giunte in preghiera, le braccia incrociate sul petto, la mano sul cuore nel segno dell’oblazione mistica. Sui volti aleggia un sentimento comune: la beatitudine della contemplazione. Però, Dio mio, che facce! Occhi torvi, rughe, flaccidità, calvizie, obesità. Come siamo lontani dai beati che Signorelli dipingerà perfetti nella loro lieta giovinezza.

In prima fila ecco Adamo ed Eva, seguiti dai barbuti patriarchi biblici e dai re giusti d’Israele. In seconda fila, dietro al Battista, ecco i papi e i grandi santi fondatori di Ordini, vescovi, cardinali, nobildonne, aristocratici, borghesi. Una regina, rinunciando ai privilegi del suo rango, si abbassa per aiutare una splendida fanciulla dalla lunga treccia a uscire dal suo avello. «Ed è un peccato veramente, - si rammaricherà Vasari - che, per mancamento di scrittori, in tanta moltitudine di uomini togati, cavalieri e altri signori che vi sono effigiati e ritratti dal naturale, come si vede, di nessuno o di pochissimi si sappiano i nomi o chi furono». Quello di Vasari è il modo cinquecentesco di guardare un affresco; ma forse è di tutti i tempi lo stare in platea a spettegolare di ‘lor signori’.


Il terrore dei dannati


C’è un posto dove la paura può essere guardata in faccia: quella paura che diventa panico collettivo,  la paura dipinta sul viso della gente, la paura coniugata con la dannazione. È qui, tra i dannati del Giudizio finale. Non hanno avuto pietà in vita. Ora fanno veramente pietà. I dannati qui effigiati sono quarantasette. Quarantasette modi diversi di esprimere uno stesso sentimento, di avere paura. Abbandono. Abbattimento. Accasciamento. Afflizione. Agitazione. Allarme. Amarezza. Angoscia. Angustia. Annichilimento. Annientamento. Ansietà. Apprensione. Avvilimento. Batticuore. Brivido. Costernazione. Depressione. Disagio. Disperazione. Dolore. Emozione. Fobia. Infelicità. Inquietudine. Insicurezza. Isterismo. Ossessione. Panico. Preoccupazione. Sgomento. Smania. Sofferenza. Spasimo. Spavento. Strazio. Sventura. Tensione. Terrore. Timore. Tormento. Travaglio. Tremore. Trepidazione. Tristezza. Turbamento. Vertigine.

L’alfiere della tragica falange dei reprobi è Caino, il biblico fratricida. Dietro di lui, le prime file dei grandi peccatori pullulano di teste coronate, di turbanti dei persecutori della cristianità, di berretti, veli e tonsure degli eretici. Qualcuno, all’annuncio della condanna, guarda con occhi fissi, inebetiti, catatonici, davanti a sé; altri si coprono il volto con le mani per non vedere l’orrore; c’è chi si divincola urlando selvaggiamente spinto dalla forza della disperazione, chi tace atterrito, chi si torce le dita delle mani, chi le congiunge in un ormai tardivo gesto preghiera, chi guarda sconvolto le ripugnanti regioni dell’inferno, chi rimane annichilito. Spostandosi verso l’inferno si osservano le scene di maggiore disperazione: il pianto dei giovani, l’ostinata immobilità di un nobile barbuto sull’abisso, l’urlo delirante dell’individuo alle sue spalle. In basso è raffigurato il gruppo delle donne. Alcune sono già trascinate verso l’abisso dagli uncini dei diavoli e si aggrappano disperatamente alle vesti delle loro vicine. Una regina tenta di strappare alle zampe pelose dei diavoli la sua damigella. Una monaca inorridisce a mani giunte.

Tutti questi volti resteranno certamente indimenticabili. L’artista raggiunge qui le massime espressioni della pedagogia della paura, riuscendo a penetrare come uno psichiatra nelle profondità vertiginose e nascoste della mente umana.

Itinerari

Home -> Visioni dell’aldilà -> Itinerari -> Toscana -> Pisa

Visioni dell’aldilà

Percorsi apocalittici in Italia