La città rupestre di Ginosa

Ginosa, città di confine tra Basilicata e Puglia, situata tra Laterza e Montescaglioso, è un eccellente case study della continuità dialettica tra la città rupestre e la città costruita. I villaggi rupestri del Casale e di Rivolta chiudono i due lati della gravina che fascia Ginosa come un ferro di cavallo.  Il Castello e la Chiesa Matrice che si allungano sul cuneo urbano che penetra dentro la gravina, più che separare i due mondi contigui, ne segnano simbolicamente l’unità. Sono ancora molto evidenti le strade che collegano il piano urbano “superiore” a quello “inferiore”. Ancora praticate sono le scalinate che funzionano da ascensore tra i diversi piani terrazzati sovrapposti dei villaggi e tra questi e il centro urbano. Addirittura si vedono ancora sulle case rupestri i fili della luce con gli isolanti e i numeri civici che testimoniano l’attività dei villaggi fino al secondo dopoguerra. Le stalle, i frantoi, i palmenti, le case-grotte degli artigiani, degli agricoltori, degli allevatori e degli operai dell’agro-alimentare conservano talvolta ancora gli attrezzi di lavoro, reliquie di un modo di vivere che non è scomparso ma si è trasformato. Crolli, rovine, massi erratici segnalano ancora in gravina gli effetti del terremoto ottocentesco e hanno dato lo spunto a Pasolini per girarvi la scena del terremoto che segue alla crocifissione di Gesù nel Vangelo secondo Matteo.

L’itinerario


La visita alla città rupestre di Ginosa può cominciare dalla Chiesa Matrice. La bianca facciata ospita un affresco quadrato con la scena di San Martino di Tours che divide il suo mantello con un povero. L’interno in penombra ospita un tranquillo signore che attende i turisti in poltrona godendosi il fresco della chiesa. E con questa insolita guida iniziamo la visita dello spalto affiancato alla chiesa e dominato dalle mura del castello. Tra grotte tamponate, rovine, antri protetti da grandi fichi, abitazioni ancora utilizzate, andiamo alla scoperta di un magnifico frantoio ipogeo. La grande vasca della macina delle olive contiene ancora le pesanti ruote di pietra ancorate a un bastone e mosse da un paziente asinello che girava in tondo. Intorno sono i torchi, i tini e le botti e le vasche scavate nel terreno dove veniva versato l’olio per la sua decantazione. Una stradina in discesa lascia le ultime case, diventa sentiero e scende sul fondo della gravina tra numerosa spazzatura. Di fronte è l’impressionante villaggio rupestre di Rivolta, dove circa settanta grotte sono disposte su cinque livelli sovrapposti. Il tetto della fila di grotte sottostante ospita le cisterne, i cortili e gli orti delle grotte soprastanti. I piani terrazzati sono divisi da muretti di pietre a secco e collegati da ripide stradine e scalinate. Sono visibili le cave di tufo esterne alle grotte-abitazioni, utilizzate per ricavare i blocchi destinati a tamponare gli ingressi.

Un tratturo sale ripidamente all’isolata chiesetta rupestre di Santa Barbara. Attraverso un vestibolo aperto si entra nell’aula con una piccola abside sul fondo. Restano ormai scarse tracce degli affreschi all'ingresso e sulla parete sinistra, ma affascina l’insieme dell’insediamento sacro e delle sue pertinenze. Si visita poi la chiesetta di Santa Sofia, poco distante. Scendendo alcuni scalini si accede dapprima a un atrio, chiuso da un muretto di protezione e si entra poi nell’aula con l’altare sul fondo, sormontato da un dipinto della Crocifissione. Sui lati sono i sedili di pietra destinati ai fedeli. Il soffitto è decorato da costoloni ortogonali, decorati da un fregio. Altri dipinti sono sull’esterno della chiesa-grotta.

Si scende ora nel greto del torrente, segnato dai pozzetti dell’acquedotto, si aggira lo sperone roccioso sovrastato dalla chiesa e dal castello e si va verso l’altro villaggio rupestre del Casale. Nel percorso di trasferimento si possono ammirare l’imponenza della gravina ma anche gli effetti del terremoto del 1857 con gli edifici smembrati e gli enormi massi di pietra crollati e rotolati sul fondo. Impressiona, ad esempio, la chiesa di San Biagio, dove il fronte crollato svela la struttura interna a due piani e l’intonaco esterno con l’affresco del santo.

Là dove la gravina raggiunge la sua massima ampiezza le moderne gradinate di un anfiteatro all’aperto fronteggiano le grotte e le abitazioni arroccate nella profonda ansa della gravina, che fungono da scena per la sacra rappresentazione della Passio Christi durante la Settimana Santa. Si va ora a saliscendi tra grandi grotte, utilizzando le scalinate di collegamento e osservando le chiese rupestri, la struttura delle abitazioni a vani sovrapposti oppure le case-grotta con l’alcova e la stalla. Tornati in basso si visita una profonda grotta con il fronte tamponato e i resti del lamione che lo precedeva, utilizzata come palmento. Se ne osservano le grandi vasche e i ripiani delle botti, insieme con la croce incisa nella nicchia e una conchiglia fossile sul soffitto. Lungo la via del Burrone, fiancheggiata da grotte, lamioni e abitazioni abbandonate, si risale verso la Chiesa Madre e la città moderna.

Per approfondire

Pietro Parenzan ha dedicato alla Gravina di Ginosa uno studio pubblicato nel 1991. Una presentazione di Ginosa, dei suoi monumenti e dell’habitat rupestre, è disponibile nel sito della rete museale delle gravine (www.concadellegravine.nbit.it/ginosa). Le schede delle chiese rupestri genosiane sono rese disponibili  dall’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (www.iccd.beniculturali.it/medioevopugliese). Dalla rete può essere scaricata una pubblicazione di Dario Petrosino dedicata alla struttura urbana di Ginosa.

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