Itinerario nella provincia di Ascoli Piceno

Castignano. La topografia dell’aldilà

Le tappe dell’itinerario


Castignano sorge su uno dei colli piceni, in un paesaggio caratterizzato dalle profonde fenditure dei calanchi formatisi per l’azione erosiva dell’acqua piovana sui terreni argillosi e impermeabili, privi  di vegetazione. Alla sommità del paese si erge la romanica chiesa dei Santi Pietro e Paolo, nel cuore del vecchio ‘castello’; il nucleo primitivo della chiesa risale all’undicesimo secolo ma la struttura attuale è trecentesca. L’interno propone una rassegna di arte sacra, con l’altare, il coro ligneo, un reliquiario e un affresco del Giudizio universale del terzo decennio del secolo quindicesimo. Il dipinto è purtroppo martoriato dalle lacune ma è ricco di personaggi e di gustosi particolari narrativi dell’ultimo giorno del mondo, in parte comuni all’affresco di Santa Maria in Piano a Loreto Aprutino.


Nella parte alta è descritto il secondo avvento del Signore. Egli scende dal cielo e viene a sedersi sul trono preparato per lui. Gli angeli aprono per lui un varco nell’empireo, simboleggiato dalla mandorla di dorata luce solare. Gesù ha sul capo un nimbo d’oro crociato di rosso. Le ferite delle mani, dei piedi e del costato mostrate ai risorgenti vogliono ricordare il suo sacrificio sulla croce mentre l’ampio sudario che indossa vuole ricordare la sua risurrezione nel terzo giorno. Il significato salvifico della sua passione-morte-risurrezione è rafforzato dalla sottostante ostensione delle arma Christi: la croce, i chiodi, la scala, la colonna e i flagelli, il secchio dell’aceto, il corno, la lancia, il martello, l’alabarda, il forcone, la tenaglia, la veste giocata ai dadi, la canna con la spugna, gli sputi, gli insulti e le oscenità del popolino.


Segue la scena della risurrezione dei morti. Due angeli in volo svegliano i morti col clamore delle loro trombe, adorne del Vexillum Christi. I cartigli spiegano l’azione e trascrivono il comando divino: «surgite mortui, venite ad iudicium». E qui vediamo descritto il ritorno della vita: un mucchio di ossa aride si rianima, gli scheletri si ricompongono, le bestie feroci e gli uccelli rapaci restituiscono i corpi degli uomini che avevano divorato, le mummie riprendono colore, i corpi si sollevano dai loro sepolcri, abbandonano di corsa i cimiteri e risalgono le pareti dell’impervia valle di Giosafat, i risorti congiungono le mani nel gesto della preghiera e si apprestano al giudizio individuale.


L’amministrazione della giustizia e la pronuncia della sentenza di salvezza e di condanna sono affidate all’arcangelo Michele, seduto su un trono istoriato e rivestito di una vistosa dalmatica. Le anime dei risorti sono pesate su una bilancia a doppio piatto. Un angelo rileva dal libro della conoscenza del bene e del male le buone e le cattive azioni compiute da ciascuno. L’anima buona viene raccolta dal piatto e presa in braccio dall’angelo; le viene anche indicata la strada per il Paradiso. L’anima del cattivo prende coscienza del suo destino ed esprime il suo rabbioso disappunto.


Il Paradiso descritto nell’affresco è in realtà plurale, uno e trino.  Il primo, appena visibile, è l’hortus, il giardino dell’Eden, il Campo Elisio affollato di spiriti che salgono sugli alberi e raccolgono i frutti della loro virtù. Il secondo è il Paradiso urbanizzato, la Gerusalemme celeste, il castello delle delizie, la torre della beatitudine contrapposta alla babele infernale. A presiederlo sono i tre patriarchi biblici, Abramo, Isacco e Giacobbe, il cui ‘seno’ è un’altra metafora del Paradiso. La porta d’accesso è aperta da San Pietro con le chiavi consegnategli da Gesù. Nella torre paradisiaca le figurine dei beati sono rivestite dagli angeli: ricevono la veste candida e la corona della vittoria, fatta di fiori gettati a piene mani dai veli e dai cesti dagli angeli che scendono dal cielo. Il terzo è il Paradiso celeste, al di sopra delle nubi, nell’empireo dei sette cieli. È la Toussaints, la chiesa trionfante, costituita dagli intercessori, dai cori degli angeli e dalle schiere di santi e beati, uomini e donne, che accolgono in preghiera la seconda parusia del Cristo.


La geografia dell’aldilà di Castignano comprende anche il Purgatorio. La visione di questo luogo è andata purtroppo perduta, ma la descrizione dell’accesso alla montagna sacra è rimasta fortunatamente ben conservata. E si tratta di una citazione della Commedia dantesca: il vasello snelletto e leggero, sul quale viaggiano Virgilio e Dante (forse un autoritratto del pittore), tocca terra di fronte a Catone l’Uticense, un anziano barbuto e incappucciato, seduto su una spartana sedia impagliata, che ammonisce i venienti sulla necessità di una purificazione.


Un’altra nave, ben più capiente e attrezzata, solca l’Acheronte e la palude Stigia, governata dal demonio Caronte seduto sul cassero di poppa. Ammainate le vele, con una manovra del timone la nave tocca la riva dell’Inferno. Qui i diavoli provvedono immediatamente a svuotare con metodi spicci la stiva ricolma di galeotti e ad avviare la moltitudine di sbigottiti dannati tra le fiamme infernali. I dannati sono divisi in rapporto al loro peccato e sono smistati nei diversi loca poenarum per il trattamento penitenziario. I peccati puniti sono i vizi capitali e le infrazioni ai dieci comandamenti. Una caverna ospita così la donna mondana, che si ammira vanitosamente allo specchio e che usa la sua bellezza per attirare gli uomini al vizio della lussuria. Un’altra caverna ospita i ladri che hanno peccato contro il settimo comandamento (non rubare): a loro un diavolo-boia provvede a troncare la mano furtiva. L’inferno si è conservato solo parzialmente, ma ciò resta visibile mostra che le pene applicate sono generalmente un oltraggio al corpo umano e spesso un contrappasso, come la scuoiatura, il morso dei serpenti, la scarnificazione, le ustioni con le monete fuse e incandescenti, la cavalcata con le briglie.

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